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Chirurgo ortopedico

 

"... ha sicuramente migliorato la nostra reputazione e migliorato la situazione finanziaria del nostro Trust."

David Houlihan-Burne
Chirurgo ortopedico 


Intervista al dott. David Houlihan-Burne

“Il programma Rapid Recovery è stato implementato in quanto le procedure presenti presso l’NHS per gli interventi di protesi d’anca e di ginocchio erano poco efficienti. Quando ho iniziato a lavorare presso l’ospedale di Hillingdon, nel 2005, i pazienti seguivano programmi e percorsi differenti a seconda del medico che li curava. Dietro i loro trattamenti non c’era una serie di procedure e protocolli solidi: i risultati erano accettabili, ma non eccellenti. Il periodo di degenza era eccessivamente lungo, i pazienti erano ricoverati per 8 o 9 giorni quando in realtà sarebbero stati pronti ad andare a casa dopo 4 o 5 giorni.
 

Avendo visto come funzionava bene il sistema negli Stati Uniti abbiamo deciso di introdurlo nel nostro paese. E’ tutto basato sulla soddisfazione e sull’esito del paziente: si riduce l’ansia e lo stress nei confronti dell’intervento e il dolore; il risultato ottenuto è che i pazienti rimangono ricoverati per un periodo di tempo inferiore.
 

Il programma ha portato dei benefici finanziari al Trust, non c’era dubbio, il nostro direttore generale ci ha detto le cifre generali. Ci ha portato anche visibilità, siamo stati sui giornali nazionali e abbiamo avuto un aumento, mese dopo mese, di pazienti provenienti da altre regioni dovuto al “passa parola”; da questo punto di vista ha sicuramente migliorato la nostra reputazione e la situazione finanziaria del Trust.


E’ molto importante, noi vogliamo essere il migliore Trust del paese, non uno dei tanti. Non siamo una sede universitaria, ma ci sforziamo ad essere il migliore ospedale generale distrettuale. Non siamo qui ad accettare risultati accettabili, ci sforziamo a raggiungere l’eccellenza: trattare tutti i pazienti come se fossero parte della tua famiglia ed ottenere i migliori trattamenti in qualsiasi struttura si vada: questo è quello che stiamo cercando di raggiungere.


Nella mia pratica ho solo un giro di pazienti maggiore, che significa, essendo io un chirurgo e piacendomi operare, che opero di più. I miei pazienti sono molto più contenti di prima. Sanno che cosa si possono aspettare dall’intervento, l’intervento va come pianificato e i risultati sono favorevoli. Sono contenti perché hanno appena avuto una esperienza positiva in ospedale, i pazienti precedenti non erano così soddisfatti. Prima non sapevano che cosa gli sarebbe successo, era stressante non solo per loro, ma anche per le famiglie. Ora le famiglie sono coinvolte e sono incoraggiate a partecipare al programma con i pazienti. Il programma è centrato sul paziente, per un chirurgo, vedere i propri pazienti contenti è lo scopo finale.


Abbiamo riscontrato un importante riduzione dei giorni di degenza. Abbiamo dei dati che possono sostenere questa tesi, ciò che non abbiamo sono dati che mostrino la riduzione delle complicanze come le infezioni, trombi di sangue e malattie trombo-emboliche. Non ci sono dubbi che una mobilizzazione precoce dei pazienti, uno dei punti fondamentali del programma Rapid Recovery, riduca la frequenza di trombi di sangue e che quindi si renda possibile un ritorno più veloce a casa. Avremo i dati per dimostrarlo quando raggiungeremo una numerosità di casi sufficiente.


Per ottenere questi risultati probabilmente sono necessari qualche migliaia di pazienti. Al momento il programma è stato utilizzato da un centinaio di pazienti, purtroppo, come capita in molti ospedali, abbiamo il problema della raccolta accurata dei dati, quindi la prossima fase di questo studio è quella di creare un database robusto per collezionare differenti dati ed in particolare i risultati funzionali e la soddisfazione dei pazienti.


Ci stiamo muovendo sempre di più verso delle procedure molto più robuste, chiedere al paziente il consenso subito prima dell’intervento non è il momento migliore. Il Joint Replacement School e il programma Rapid Recovery aiutano a migliorare la comprensione dell’intervento e delle possibili complicanze. I pazienti hanno bisogno di essere completamente informati di tutte le procedure e di cosa gli succederà e il Joint Replacement School lo permette. Un’altra cosa da introdurre è una valutazione iniziale da parte di un fisioterapista e di una infermiera in modo tale da avere il consenso dei pazienti a queste procedure. Ecco, questi sono i nostri passi futuri con anche il discorso già visto della raccolta dei dati.


E’ fantastico, niente di quello che stiamo facendo è fantascienza è tutto basato sul buon senso, ed è quello che avremmo dovuto fare già da anni; il problema è che eravamo solo un gruppo di individui all’interno dell’ospedale mentre avremmo dovuto lavorare assieme al Trust, con i nostri colleghi e quelli delle altre specialità in modo tale da imparare ognuno dall’altro. Così facendo e cambiando anche solo piccole cose come l’educazione dei pazienti si possono già vedere alcuni risultati importanti in termine di soddisfazione dei pazienti e in periodo di degenza.


E’ anche gratificante avere gruppi di medici in visita, siamo ora alla quarta visita, e ne abbiamo in programma altre otto/nove da altri Trust; dopo le visite vanno tutti via entusiasti.


L’aspetto che mette maggiormente alla prova è quella di riuscire a fare lavorare assieme le diverse specialità ed in particolare chirurgia ed anestesia. I chirurghi devono capire il discorso del controllo del dolore, mentre gli anestesisti devono capire quali sono le esigenze dei chirurghi da un punto di vista di mobilizzazione del paziente dopo l’intervento. Se questa comunicazione viene instaurata si ottiene la possibilità di una mobilizzazione precoce dei pazienti in assenza di dolore.


Un altro aspetto è il coinvolgimento della direzione del Trust in quanto abbiamo chiesto che i fisioterapisti ed i terapisti occupazionali utilizzassero parte del loro tempo ad educare i pazienti durante il Joint School.


Il programma prevede e sviluppa il lavoro di gruppo. A partire dal barellista che porta il paziente in sala operatoria fino ad arrivare all’infermiera che si occupa del paziente prima di farlo tornare in reparto. Tutte le persone della catena sono coinvolte. Io non posso operare se il barellista non mi porta il paziente!


E’ per davvero una attività di gruppo in cui ognuno si sente parte del percorso del paziente, ognuno si sente responsabile e tutti lavorano per assicurare che l’esperienza sia la migliore possibile


Credo che si debbano trattare tutti i pazienti come se fossero fratelli, sorelle, madri o familiari. Se si lavora in questo modo nulla può andare male. Quello che si desidera per un parente è la migliore cura nel miglior ambiente con i migliori risultati e credo fortemente che il Rapid Recovery possa rendere questo possibile.”

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